Chi decide cosa è reale
TikTok negli Stati Uniti, immagini generate dall’intelligenza artificiale e il nuovo potere della narrazione politica
C’è un momento preciso in cui il potere smette di limitarsi a governare i fatti e inizia a governare la loro rappresentazione. Non è un passaggio improvviso, né spettacolare. Avviene per accumulo, per piccoli slittamenti: una piattaforma che cambia assetto, un’immagine che appare ufficiale, un contenuto che circola senza che sia chiaro da dove venga.
Negli ultimi giorni questo slittamento è diventato più visibile. Non perché sia esploso un grande scandalo, ma perché due episodi distinti hanno mostrato con chiarezza una stessa dinamica: la realtà politica non viene più soltanto raccontata, viene costruita dentro infrastrutture digitali che decidono cosa è credibile, cosa è rilevante, cosa è reale.
TikTok che ridefinisce la propria presenza negli Stati Uniti e la comunicazione istituzionale che utilizza immagini generate dall’intelligenza artificiale non sono anomalie. Sono segnali. Raccontano un tempo in cui la geopolitica non si gioca solo tra Stati, ma tra algoritmi, piattaforme e forme di visibilità. Un tempo in cui il controllo non passa più soltanto dal territorio, ma dal senso.
Perché sebbene la questione possa apparire confinata al terreno della regolazione e della governance tecnologica, fermarsi a questo livello significherebbe perdere il punto. Il vero nodo non riguarda soltanto chi possiede una piattaforma, ma chi esercita un’influenza concreta sulla visibilità del discorso pubblico. È in questo scarto, tra struttura e percezione, che la tecnologia smette di essere neutra e diventa politica.
Proviamo a fermarci un istante. Immaginiamo di scorrere un feed qualunque, in un giorno qualunque. Un video sembra credibile. Un’immagine appare ufficiale. Un contenuto è condiviso da migliaia di persone. Poco o nulla ci segnala che stiamo entrando in uno spazio costruito, mediato, ottimizzato. Eppure è lì che, senza accorgercene, iniziamo a formarci un’idea di ciò che è reale.
TikTok negli Stati Uniti: una questione che va oltre il ban
La notizia, presa da sola, potrebbe sembrare tecnica. TikTok ha trovato un accordo per continuare a operare negli Stati Uniti, creando una nuova entità americana con una maggioranza di capitale in mano a soggetti statunitensi e riducendo formalmente il controllo diretto di ByteDance.
Reuters racconta il passaggio chiave della settimana, spiegando come questa ristrutturazione consenta alla piattaforma di rispettare la legge approvata dal Congresso nel 2024 ed evitare il divieto totale. Axios aggiunge un dettaglio fondamentale: l’accordo permette a TikTok di restare attiva in un mercato che conta circa 200 milioni di utenti, uno spazio centrale non solo dal punto di vista economico, ma culturale ed elettorale.
Fin qui, tutto sembra rientrare nella logica del compromesso. Gli Stati Uniti rafforzano il controllo, TikTok resta, lo scontro frontale viene evitato. Ma fermarsi a questo livello significa perdere il senso profondo della vicenda.
Perché TikTok non è semplicemente una piattaforma di intrattenimento. È una delle infrastrutture narrative globali, uno di quegli ambienti che decide cosa emerge, cosa diventa rilevante, cosa viene dimenticato. In altre parole, è uno spazio in cui si forma una parte significativa dell’opinione pubblica contemporanea.
Ed è proprio questo che rende la sua presenza negli Stati Uniti una questione geopolitica.
Quando una piattaforma raggiunge questo livello di centralità, ogni anomalia, ogni sospetto, ogni variazione nella circolazione dei contenuti assume inevitabilmente un significato politico. Non serve che l’intervento sia intenzionale o sistematico: basta che venga percepito come possibile perché l’algoritmo entri nel campo del conflitto.
Quando l’algoritmo diventa un attore politico
Questo nodo è emerso con chiarezza quasi subito. Negli stessi giorni dell’accordo, il governatore della California Gavin Newsom ha accusato TikTok di aver ridotto la visibilità di contenuti critici nei confronti di Donald Trump. Reuters racconta l’apertura di una verifica formale, mentre la piattaforma ha parlato di problemi tecnici legati a un blackout.
Indipendentemente dall’esito dell’indagine, la questione è già politica. Perché quando una piattaforma è percepita come capace di influenzare la circolazione dei contenuti politici, l’algoritmo smette di essere un meccanismo invisibile e diventa parte del conflitto.
In un contesto polarizzato come quello statunitense, la visibilità è tutto meno che neutra. Decidere cosa appare nei feed significa intervenire nella costruzione del senso comune. È qui che il controllo delle piattaforme si intreccia con la sovranità narrativa degli Stati.
Se TikTok mostra come gli Stati cerchino di governare le infrastrutture narrative, ciò che sta accadendo sul fronte della comunicazione politica segna un passaggio ulteriore. Mentre si discute di chi controlla l’infrastruttura, accade qualcosa di altrettanto significativo sul piano simbolico.
Quando lo Stato usa l’intelligenza artificiale per raccontare la realtà
Associated Press ha pubblicato, proprio in questi giorni, un articolo che merita attenzione. Riguarda l’uso di un’immagine generata dall’intelligenza artificiale e diffusa attraverso canali ufficiali dell’amministrazione Trump, un’immagine che raffigurava un avvocato per i diritti civili in modo fuorviante.
Il punto centrale va oltre la singola immagine: il nucleo della questione è chi la diffonde e con quale statuto. Perchè non ci troviamo di fronte a uno di quei deepfake anonimi buttati nell’etere in modo “goliardico”, né ad una manipolazione underground, benché meno davanti a una campagna di disinformazione non rivendicata. Qui l’intelligenza artificiale entra nella comunicazione istituzionale, assumendo una forma di legittimità implicita.
AP sottolinea come esperti di etica e comunicazione politica abbiano espresso preoccupazione per l’effetto sistemico di queste pratiche. Quando un contenuto generato artificialmente viene presentato come comunicazione ufficiale, il confine tra rappresentazione e realtà si assottiglia.
Questo passaggio è cruciale. Perché segna un cambiamento nella relazione tra potere e verità. La politica non si limita più a interpretare il reale, inizia a produrre versioni visive del reale attraverso strumenti tecnologici che rendono sempre più difficile distinguere tra ciò che è accaduto e ciò che è stato costruito.
Qui è dove la questione smette definitivamente di essere meramente “tecnologica”. L’intelligenza artificiale, inserita nella comunicazione istituzionale, non è più etichettabile solo come “strumento”. Si tratta di una vera e propria scelta che ridefinisce il rapporto tra autorità, rappresentazione e fiducia. Una scelta che apre uno spazio nuovo, ancora poco esplorato, in cui il potere non si limita a raccontare il reale, ma ne propone versioni plausibili.
Mi fermo un istante… Dov’è che ho già visto qualcosa del genere?
Sembrerà scontato però il mio pensiero è andato immediatamente alla serie TV Black Mirror. Attenzione, non in senso “profetico”, né come metafora forzata, ma come archivio narrativo che da anni prova a mettere in scena esattamente questo slittamento: il momento in cui la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un ambiente che definisce ciò che è credibile.
In The National Anthem, (Stagione 1, Episodio 1) l’autorità politica viene progressivamente svuotata dalla logica della visibilità, fino a essere costretta ad agire non in base a ciò che è giusto o reale, ma a ciò che il pubblico si aspetta di vedere. In Hated in the Nation, (Stagione 3, Episodio 6) il consenso collettivo prende forma dentro meccanismi apparentemente neutri, che trasformano l’opinione pubblica in una forza automatizzata. In Smithereens, (Stagione 5, Episodio 2) l’ossessione per le piattaforme mostra come l’attenzione, una volta catturata, diventi una forma di potere che nessuno controlla davvero.
E poi c’è Joan Is Awful, (Stagione 6, Episodio 1) forse l’episodio più vicino a ciò che stiamo osservando oggi: una realtà che viene ricreata, reinterpretata, riscritta in tempo reale da sistemi tecnologici che producono versioni plausibili del mondo, senza che sia più chiaro dove finisca l’esperienza e dove inizi la sua rappresentazione.
E qui metto l’accento su una questione di senso: per me Black Mirror non va letto come “l’anticipatore di un futuro” (essenzialmente distopico, aggiungerei), ma racconta un presente portato in modo esponenziale alle sue estreme conseguenze. Ed è per questo che oggi quei riferimenti tornano con forza: perché la distanza tra finzione e realtà si è ridotta un pochino, senza passare attraverso un grande evento realmente traumatico, procedendo più come una (più o meno lenta) normalizzazione silenziosa.
Infrastrutture e immagini: due livelli dello stesso potere
A questo punto, il legame tra le due notizie diventa evidente. TikTok riguarda il controllo delle infrastrutture narrative. L’uso istituzionale dell’IA riguarda la produzione diretta di narrazioni.
In entrambi i casi, il centro del discorso è lo stesso: chi decide cosa è visibile, credibile, autorevole.
Da una parte, gli Stati cercano di regolare le piattaforme perché sanno che influenzano la formazione del consenso. Dall’altra, iniziano a usare le stesse tecnologie per rafforzare la propria capacità di orientare percezioni ed emozioni.
Il risultato è un ambiente informativo in cui la fiducia diventa fragile. Se l’algoritmo può essere percepito come manipolabile e le immagini ufficiali possono essere generate artificialmente, la domanda che resta sospesa è semplice e senza dubbio inquietante: cosa stiamo guardando, davvero?
Forse la domanda più importante, a questo punto. Non riguarda TikTok, né l’intelligenza artificiale, né le singole decisioni politiche. Riguarda il modo in cui stiamo imparando a convivere con un mondo in cui la realtà è sempre più mediata, filtrata, modellata.
Quando le piattaforme diventano infrastrutture narrative e le istituzioni iniziano a produrre immagini sintetiche, non cambia solo la comunicazione. Cambia il rapporto tra ciò che accade e ciò che viene percepito come vero. Cambia il modo in cui si forma il giudizio, il dissenso, l’adesione.
Non siamo ancora in un’epoca in cui tutto è falso. Siamo in un’epoca più sottile, in cui la distinzione tra vero e costruito richiede uno sforzo continuo, attenzione, tempo, consapevolezza. Ed è proprio questo sforzo che diventa politico.
Forse la geopolitica delle narrazioni non ci chiede di scegliere da che parte stare, ma di imparare a sostare più a lungo nelle domande. A chiederci non solo chi parla, ma attraverso quali strumenti. Non solo cosa vediamo, ma perché lo vediamo così. Non solo se una storia è convincente, ma a quale realtà ci sta abituando.
Capire chi decide cosa è reale forse non è sufficiente. La vera questione, oggi, è capire quando smettiamo di chiederlo.




